SUCCEDE UNIONE EUROPEA

Coronavirus, la lettera ai francesi di Cristina Comencini

Cristina Comencini (foto di Douglas Kirkland).
Cristina Comencini
Scritto da

“Domani, quando la porta di casa si riaprirà e correremo incontro al tempo veloce, ai frammenti di cose e persone solo sfiorate, e i sogni e l’arte saranno l’unica parte rovesciata della nostra vita, ricordiamoci che c’è un altro strato che può posarsi sui giorni e che li rivela nel bene e nel male, una volta superati il vuoto, la noia e la paura”: la traduzione italiana della lettera di Cristina Comencini pubblicata lo scorso 13 marzo su Liberation e altre testate europee, che racconta il quotidiano del nostro paese, stravolto dall’emergenza Coronavirus.

Cari cugini francesi,

se riusciamo a sopravvivere, il problema in Italia sarà capire se le coppie, con o senza figli, le donne e gli uomini soli, reggeranno al confino nelle loro case, se riusciranno a restare insieme, a godere ancora della compagnia reciproca o della solitudine scelta, dopo una convivenza forzata e ininterrotta per un mese. L’ordinanza del governo dice che possiamo uscire per una passeggiata solo con chi vive già con noi, niente amici o amiche, neanche visite a parenti in altre case. Solo la famiglia stretta o nessuno se siamo soli. Niente cinema, teatro, musica, musei, ristoranti, uffici, scuole, università. A fare la spesa ci deve andare un solo membro della famiglia. Davanti ai supermercati ci son code silenziose di gente con la mascherina, ognuno a un metro di distanza dall’altro, che aspetta l’uscita di qualcuno per poter entrare. La stessa cosa davanti alle farmacie. Per strada ci si scansa quando si incrocia un altro passante.

 

Molti di noi hanno pensato al Decamerone di Giovanni Boccaccio. Intorno al 1350, un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, si rifugia fuori Firenze per sfuggire alla peste, e per passare il tempo si raccontano novelle, sostituiscono un mondo immaginato a quello reale in disfacimento. C’è chi rilegge La peste di Albert Camus o le pagine dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni su un’altra peste, quella del 1630, quando molti nobili che potevano farlo fuggivano da Milano, come è accaduto ora appena la città è stata dichiarata zona rossa. Come se si potesse sfuggire senza portare danno ai posti in cui ci si rifugia o considerando che la sorte degli altri ci è indifferente.

Giornalisti scrivono di non lamentarci e ci ricordano cosa hanno subito in nostri genitori durante la guerra. Altri accusano i ragazzi di infrangere le regole perché escono il sabato sera, non hanno paura, sono giovani e pensano che i vecchi sono gli unici che si ammaleranno. Un attore italiano di una certa età ha chiesto loro se sia giusto fare morire i nonni tutti insieme. Vorremmo un poeta a casa per raccontarci storie o intrattenere i nostri figli. Mai internet è stata così importante. Le chat tra amiche, sorelle, parenti sono attivissime. Nei giorni precedenti la chiusura di tutto, ci scambiavamo migliaia di vignette comiche sul virus, video esilaranti presi da vecchi film.

Ora l’atmosfera è più tesa, siamo nel silenzio, con l’ordine del governo: non vi muovete! Sembra facile. In una delle vignette comiche in circolazione si legge: resto a casa, non capita tutti i giorni di salvare l’Italia restando in pigiama. Si ride ma a denti stretti. Questo è il momento della verità, per i coniugi che non si sopportano, per quelli che dicono di amarsi, per quelli che vivono da una vita insieme, per gli innamorati da poco tempo, per quelli che hanno scelto di vivere soli per sentirsi liberi o perché non avevano altra scelta, per i bambini senza scuola, per i ragazzi che si desiderano ma non si possono incontrare…

Noi tutti siamo chiamati a inventarci una nuova vita, a sentirci vicini anche se siamo lontani, a fare i conti con un sentimento che evitiamo sempre a tutti i costi: la noia. E anche la lentezza, il silenzio, le ore vuote o piene delle urla dei piccoli chiusi in casa. Abbiamo di fronte la vita che ci siamo scelti o che la sorte ci ha dato, il nostro focolare, non quello della malattia, ma quello che abbiamo costruito negli anni. La chiamerei una prova di verità. In questi giorni vince anche la vita virtuale, dato che non ci possiamo toccare. I film in televisione, le serie, Netflix, Amazon, Google…passiamo ancora più ore di prima davanti ai nostri computer o con la testa china sui telefoni. Eppure ogni tanto non ne possiamo più anche di questo e allora la rialziamo e notiamo molte cose. Il figlio che pensavamo ancora bambino è diventato ragazzo e non ce ne eravamo accorti e ci dice sorridendo: “Ora devi stare per forza con noi, eh!”.

Si puliscono le case freneticamente, i frigoriferi, si mettono in ordine i libri, ma poi ci si ferma e si nota che il ciliegio nel cortile è fiorito e si sta mezz’ora a guardarlo e ci pare di non averlo mai visto. Si mandano messaggi compulsivamente per non sentirsi soli ma poi una telefonata può durare anche un’ora, come quando si era ragazzi e il tempo non era quello di ora e si faceva l’amore al telefono. O anche capita che un’amica ti dica: “Forse domani possiamo fare una passeggiata insieme, tenendoci a distanza, che dici?” E l’idea ti fa venire un brivido di piacere proibito. Noi stiamo vivendo in modo diverso attimi della nostra vita di sempre e ci pare nuova perché è quella ma capovolta: gli oggetti, le persone sono diventati visibili e l’abitudine si è dissipata, l’Habitude abêtissante, come la chiama Proust, qui cache à peu près tout l’univers. Cari cugini, io vi auguro con tutto il cuore che tutto questo non accada a voi ma anche se dovesse avvenire, sarà un’esperienza da non dimenticare.

Domani, quando la porta di casa si riaprirà e correremo incontro al tempo veloce, ai frammenti di cose e persone solo sfiorate, e i sogni e l’arte saranno l’unica parte rovesciata della nostra vita, ricordiamoci che c’è un altro strato che può posarsi sui giorni e che li rivela nel bene e nel male, una volta superati il vuoto, la noia e la paura.

 

Chi ha scritto questo post

Cristina Comencini

Cristina Comencini

Scrivo libri e dirigo film. Negli anni settanta ho partecipato al movimento femminista. Ero diventata madre giovanissima e la relazione con altre donne mi ha aiutato a capire me stessa, la mia vita. Abbiamo concepito e scritto l’appello del 13 febbraio 2011 perché pensavamo che era arrivato il tempo di rimetterci a lavorare tutte insieme intorno a un progetto comune per fare dell’Italia un paese anche per noi. Oggi credo che la nuova frontiera per le donne sia la costruzione con gli uomini di un mondo a due diversi e pari. E uno dei temi fondamentali che dobbiamo portare nella società è proprio una nuova maternità, la relazione con l'altro da sé che le donne hanno nel corpo, nella mente, nella loro storia.

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi