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1522 contro la violenza, la campagna necessaria

Fabrizia Giuliani
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In questo tempo inimmaginabile che ci chiude in casa e sembra azzerare ogni certezza, c’è un’emergenza nell’emergenza che dobbiamo saper vedere. È vero quanto scriveva Paolo Giordano: uno scenario fino a ieri confinato nell’altrove – reale o immaginario – sembra prossimo. Ma questo altrove, se per un verso scompagina abitudini e comportamenti, per un altro li rafforza. Alcune cose cambiano, infatti, mentre altre non cambiano affatto, anzi peggiorano, come nel caso della violenza domestica.

Sappiamo bene che la casa può non essere un luogo sicuro. Per renderlo tale spesso non bastano misure giudiziarie, denunce, ammonimenti e allontanamenti; a volte nemmeno la fuga basta a mettersi in salvo. Ciononostante, leggiamo e dimentichiamo rapidamente i numeri che raccontano come la violenza sia più in famiglia che fuori, e famiglia vuol dire quasi sempre casa.

Teniamo gli occhi spalancati e le luci spente

Siamo altrettanto distratti quando sentiamo rumori inconfondibili negli appartamenti vicini; quando vediamo occhiali da sole fuori stagione o bambini troppo buoni o troppo irrequieti. Come ha scritto Simonetta Sciandivasci, nella recensione al libro di Ema Stockholma, intitolato “Per il mio bene”: quando non vogliamo disturbare è perché vogliamo spiare, non vedere. È qualcosa che ci aiuta a crederci assolti, anche se siamo lo stesso coinvolti”, e allora “teniamo gli occhi spalancati e le luci spente. Se non lo facessimo, forse, i numeri delle statistiche che leggiamo e dimentichiamo varierebbero.

1522, il numero che tutti dovremmo conoscere

Oggi però è diverso ed è peggio. Dalle case non possiamo uscire, è una condizione necessaria per combattere la pandemia: ma bisogna evitare in ogni modo che il principio di salvaguardia della vita che governa le ordinanze si trasformi per tante in un rischio esiziale. Sono queste le ragioni che ci hanno portato ad aderire e a farci promotrici della campagna per diffondere in ogni modo il numero antiviolenza 1522. Lo cominciamo a vedere sui siti di università, scuole, città. Era ora. Altri numeri essenziali sono entrati nella nostra quotidianità, è tempo che accada anche con questo: non è un problema di altri, non è una questione che non ci riguarda, soprattutto, non sono coinvolte solo le donne.

È molto positivo vedere che le nostre richieste sono state recepite; che il governo si impegna nella diffusione del messaggio per le prossime settimane, e che la Ministra Bonetti lo rafforzi con la campagna #liberapuoi. Ma sappiamo anche che sono primi passi: senza un’azione continua, forte e diffusa delle istituzioni, un fenomeno, che ha proporzioni gigantesche ed è ancora in larghissima parte sommerso, non riesce ad emergere. Specie ora che le richieste di aiuto si ritraggono, lo Stato deve dare segno di sé e dire, con chiarezza, da che parte sta.

 

Chi ha scritto questo post

Fabrizia Giuliani

Fabrizia Giuliani

Sono nata a Roma, dove vivo con mio marito Claudio e i nostri figli, Antonio ed Ella. PhD, insegno filosofia del linguaggio e studi di genere alla Sapienza di Roma, dove coordino, con Serena Sapegno, il Laboratorio di Studi Femministi. Ho tenuto corsi di semiotica e linguistica in diverse università italiane, sono stata Fulbright Scholar a Harvard, e presso l'Università per Stranieri di Siena ho avuto l’incarico di Consigliera per le politiche delle pari opportunità. I miei lavori si sono concentrati sulla produzione del significato delle lingue storico - naturali e sulle modalità con le quali i sistemi simbolici danno conto della differenza tra i sessi. Sono coinvolta nella teoria e nella politica delle donne dai primi anni universitari, ho contribuito alla fondazione di DiNuovo e poi dell'avventura rivoluzionaria di Se non ora quando. Nel 2013 sono stata eletta deputata nelle liste del PD, dove lavoro in Commissione Giustizia.

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