CHE RICOSTRUZIONE

Coronavirus, la scuola e gli appelli che non sono utili

L’istruzione è un bene primario garantito dagli articoli 33 e 34 della Costituzione. Perciò è fondamentale che le scuole riaprano, per poter assolvere all’altissimo mandato costituzionale e tornare ad essere presidio di democrazia e legalità. Ne discende che la scuola non è un’area di sosta, né un luogo di contenzione dove le mamme depositano la prole per poter lavorare, come invece sembra essere diventata, almeno a leggere alcuni appelli che negli ultimi giorni si moltiplicano sui social e sugli organi di informazione.

La scuola sono le insegnanti

Questi appelli non fanno bene né alla scuola né alle donne, né alla democrazia. La scuola è il luogo dove si apprende la socialità, la relazione con i pari, il rispetto delle regole. Dove ragazzi e ragazze imparano a formarsi un giudizio, a pensare con la propria testa, a misurarsi con successi e fallimenti, a diventare grandi, ad essere cittadini e cittadine liberi e consapevoli. Questi luoghi così strategici sono pieni di donne: professioniste laureate, a volte con seconda laurea dottorato e master, che hanno frequentato scuole di formazione, hanno svolto tirocini, hanno superato concorsi, si muovono ogni giorno da una regione all’altra prendendo treni alle quattro del mattino. Sono donne che, pur qualificate e specializzate, guadagnano pochissimo perché da troppo tempo in Italia non si investe nell’istruzione e nella ricerca, a nessun livello.

Chiedere dunque alla scuola – cioè a un esercito di donne qualificate e mal pagate – di “aiutare le mamme” a riprendere il lavoro nella cosiddetta ‘fase 2’ significa, pericolosamente, riproporre il solito vecchio schema: come per le colf e le “badanti” ci sono donne che prendono su di sé il lavoro di cura. Le donne (per partenogenesi??) hanno questo incomprensibile vezzo di mettere al mondo i figli; che sia dunque la scuola – cioè altre donne – ad occuparsene. E buonanotte al welfare.

La politica (e non i docenti) deve rispondere alle famiglie 

L’organizzazione scolastica è complessa: non sarà facile garantire il semplice ingresso degli alunni nell’edificio, se sarà necessario farlo scaglionando l’accesso e rispettando la distanza di sicurezza (pochi giorni fa in un quartiere di Roma Nord una donna è stata investita e uccisa mentre era in fila alla Posta); far giocare i bambini a ricreazione (non si può giocare da lontano: e le misure di sicurezza?), mandarli in bagno, portarli a mensa, sarà un’impresa ardua e, se si assenterà anche un solo collaboratore scolastico, in bagno non ci potrà andare nessuno, né docenti né alunni. Già, i collaboratori scolastici: perlopiù donne, con compiti di minore visibilità ma fondamentali. I tagli lineari degli anni passati, che hanno ferito tutto il pubblico impiego, ne hanno ridotto drasticamente il numero, al punto che in molte scuole la ricreazione si svolge in classe perché non vi è sufficiente personale di sorveglianza.

Le aule dovranno essere sanificate ogni giorno, eppure sono anni che leggiamo come i genitori debbano fornire ai propri figli persino la carta igienica: da dove arriveranno dunque le risorse che finora non sono state disponibili? Raccogliamo oggi quello che è stato seminato. Ma stiamo attente e attenti a ciò che desideriamo: se continueremo a reclamare una scuola per aiutare le mamme sviliremo ancora di più la professione docente e continueremo a minare dalle fondamenta la democrazia, che ha invece bisogno di cittadini istruiti e consapevoli. Alle mamme, ai papà, alle famiglie tutte, deve dare risposte la politica, non i docenti.

 

Chi ha scritto questo post

Maria Antonietta Passarelli

Maria Antonietta Passarelli

Maria Antonietta Passarelli è dottoressa di ricerca in Italianistica e insegnante di lettere nella scuola secondaria di I grado; dal 2001 al 2009 è stata docente a contratto di Storia della lingua italiana presso “Sapienza” Università di Roma. Coordina dalla fondazione, nello stesso ateneo, le attività del Laboratorio di studi femministi “Anna Rita Simeone”. Sguardi sulle differenze.

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