CHE RICOSTRUZIONE

Nessuna ripartenza senza un piano per la scuola

Fabrizia Giuliani
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‘Se educhi un bambino, educhi un uomo’, recita un proverbio africano, ‘se educhi una donna, educhi un paese’. Non si tratta solo di uno slogan efficace, il nesso tra le donne e l’istruzione è forte e ha valenze diverse. Proviamo a metterle a fuoco. La prima e più immediata, è la necessità di far cadere ogni discriminazione nell’accesso all’istruzione per le bambine, anche quando si presenta sotto la forma apparentemente inoffensiva del pregiudizio: pensiamo al nostro paese ad esempio, dove solo 12 donne su 1000 si laureano in discipline STEM. La seconda riguarda il riconoscimento del ruolo che hanno le donne nel radicamento di ogni progetto educativo e chiama in causa la terza, ossia il fatto che la scuola si situa proprio sul confine – abbattuto dall’emancipazione femminile – tra sfera pubblica e privata.

Oltre le latitudini e le culture, questi tre aspetti vanno tenuti presenti ogni volta che si ragiona in termini progettuali di educazione, e particolarmente ora che sono sul tavolo i piani della ripartenza, dunque della riapertura di case, scuole, aziende.
Sappiamo che non si potrà tornare alla ‘vita di prima’; più e meglio di noi ne sono consapevoli i ragazzi che, come ha scritto di recente Silvia Avallone, sanno che “l’invisibile va preso sul serio e rispettato”.

I nostri ragazzi tra scuola ‘in presenza’ e ‘in remoto’

Si sono adattati alla quarantena, al bollettino delle ore sei, alla didattica a distanza, supplendo come potevano alla mancanza di mezzi. Hanno seguito lo sforzo compiuto dalla scuola per contrastare la minaccia della sospensione della didattica e proseguirla con altri mezzi. Non sempre ci sono riusciti: il 30% delle famiglie italiane è senza computer e supera il 41% nel Mezzogiorno con Calabria e Sicilia in testa (fonte Istat).

Teniamo conto poi del dato che Tullio De Mauro non si è mai stancato di ricordare: per quanto la scuola possa lavorare, i livelli di competenze delle famiglie di provenienza, e più in generale della società adulta, si riflettono massicciamente sull’andamento scolastico dei figli. La scuola in remoto, costretta a fronteggiare tali difficoltà, non riesce ad essere uguale per tutti come la scuola in presenza; distingue e seleziona non solo per ragioni di accesso ai dispositivi. Riconoscerlo, invece di dividersi con false etichette tra passatisti e innovatori, sarebbe il primo modo per contrastare un divario che, non visto, può diventare una voragine.

La scuola, spina dorsale del paese

Che questa sia la partita, le famiglie lo hanno ben presente, soprattutto le madri, che portano ancora il grosso del carico nella crescita dei figli. Non c’è da stupirsi se oggi rappresentano la voce più decisa nel chiedere un piano adeguato e tempestivo per la riapertura delle scuole. Dovrebbe essere chiaro che non si tratta di una preoccupazione circoscritta alla sola tempistica. 

Nelle lettere inviate al governo da gruppi e singole si esprime, infatti, un’altra esigenza, saldamente ancorata ai bisogni dei ragazzi: il rifiuto di accettare che la scuola venga dopo, nei tempi e nei progetti di ricostruzione; che resti un discorso a sé, separato dal ragionamento sul riavvio e il futuro del paese; che i problemi della formazione vengano riconosciuti nella loro priorità e gestiti in prima persona dai capi di governo, come è accaduto e sta accadendo in Francia e Germania, senza bisogno di arrivare alla mitica Scandinavia.

La scuola produttrice di PIL

Ma non è così: oltre le dichiarazioni d’intenti dei singoli dicasteri, la scuola è assente dalle sintesi degli incontri decisivi, in cui le varie cabine di regia  si interfacciano con governo e delegazioni di partiti. Ancora non sappiamo se il colloquio con il quale si sostituisce l’esame di maturità si svolgerà de visu, il Ministero assicura di lavorare per questo obiettivo: lo speriamo tutti. C’è da chiedersi, però, se sia possibile rubricare a problema tecnico lo svolgimento ‘in remoto’ del rito di passaggio all’età adulta, e resti solo qualche scrittore a ricordarci che non lo è affatto, che è essenziale prendere a bordo i ragazzi nella ripartenza collettiva, dunque è una nostra prova di maturità riuscirci. Ma finché resta ferma la convinzione di una scuola consumatrice, e non produttrice di Pil, è difficile che si arrivi a conclusioni diverse.

Bisogna invece rovesciare la prospettiva, capire una volta per tutte che lo sviluppo economico dipende dalla crescita dell’istruzione. I dati raccolti dallo studio di Barro e Lee, che hanno accostato le curve di crescita dell’istruzione a quelle del reddito pro-capite e del Pil di oltre 140 paesi dal 1950 al 2010, mostrandone la strettissima correlazione, non lasciano dubbi.

Ma il legame tra sviluppo ed educazione che gli studi esibiscono è nella nostra esperienza, prima ancora che nella teoria. La qualità di vita dei paesi che lo hanno riconosciuto per tempo, in termini di benessere, inclusione ed equità è un dato assai concreto, come lo è, al contrario, la difficoltà in cui s’imbattono da noi le famiglie, costrette ad un funambolismo quotidiano tra orari di aziende, fabbriche e scuole che non coincidono mai.

I tempi e i conti che non tornano

Torniamo ai tre aspetti dai quali siamo partiti: la conciliazione di mondi che dovrebbero essere progettati in modo armonico, sincronico, per funzionare non è un problema privato, ma finisce per diventarlo. La corsa a ostacoli per tenere insieme lavoro, educazione dei figli, vita familiare, si scarica tutta sulle spalle delle donne, data la scelta ab origine – tutta politica e confermata nel tempo -, di ignorare i cambiamenti prodotti dalla caduta del confine pubblico/privato evocato più su.

Il rifiuto di riconoscere il tramonto del modello fondato su famiglie a guida maschile, dove solo gli uomini producono reddito e la funzione domestica e di cura è svolta dalle donne, ha avuto conseguenze pesantissime che non hanno pagato le donne, ma il paese tutto. Come il Fondo Monetario Internazionale ripete incessantemente, se l’Italia raggiungesse i parametri europei dell’occupazione femminile il nostro prodotto interno lordo salirebbe di molti punti (ben oltre il 18%, Fondazione Moressa 2019).

Non si può affrontare il futuro con idee obsolete

Questo è il nodo, come ripetono gli appelli di questi giorni: non si può affrontare il futuro con idee e mezzi obsoleti. Non si può chiedere alle donne di essere l’ammortizzatore sociale di un sistema tramontato da mezzo secolo, né si possono lasciare indietro i bisogni educativi dei ragazzi. Non solo non è giusto, non può funzionare.

Si deve allo sforzo delle donne se nella quarantena che ha arginato il dilagare del virus, il paese ha tenuto. Nelle case, come negli ospedali e nei laboratori hanno svolto un ruolo decisivo e spesso risolutore: dalle ricercatrici dello Spallanzani che hanno isolato il Coronavirus, alla direttrice della casa di riposo di Cremona che ha blindato l’Istituto contro l’ordinanza regionale, salvando i suoi anziani, all’anestesista di Codogno che ha riconosciuto il primo paziente Covid.

Liberi di tornare al lavoro se i più piccoli tornano a scuola

Le scelte del Governo per la ricostruzione sembrano invece respingere o ignorare questo aspetto. Le donne sono poche o assenti negli elenchi delle task force e dei comitati di esperti – se si esclude la proposta della Ministra Bonetti, la sola ad essersi mossa in questa direzione -, e le idee emerse ne risentono. Perché oltre le culture e le latitudini, donne e uomini non hanno la stessa storia, e in quella delle donne pesano forza ed esperienza vitali.

Non dobbiamo stupirci di vedere che dove governano da tempo l’istruzione resti saldamente al centro, e quando si mette mano alla ripartenza (come oggi fanno Norvegia e Danimarca) la si immagina sapendo che gli adulti sono liberi di tornare al lavoro se – e solo se – i più piccoli tornano in sicurezza a scuola.

Non è questione di tempi, e nemmeno solo di denaro, ma di criteri e visione. Ricostruire vuol dire immaginare un futuro: solo se s’imbocca la strada di questo riconoscimento, l’Italia potrà ripartire tutta intera – come cantava De Gregori -, nonostante le difficoltà, anzi grazie a ciò che questo tempo ci ha insegnato.

Chi ha scritto questo post

Fabrizia Giuliani

Fabrizia Giuliani

Sono nata a Roma, dove vivo con mio marito Claudio e i nostri figli, Antonio ed Ella. PhD, insegno filosofia del linguaggio e studi di genere alla Sapienza di Roma, dove coordino, con Serena Sapegno, il Laboratorio di Studi Femministi. Ho tenuto corsi di semiotica e linguistica in diverse università italiane, sono stata Fulbright Scholar a Harvard, e presso l'Università per Stranieri di Siena ho avuto l’incarico di Consigliera per le politiche delle pari opportunità. I miei lavori si sono concentrati sulla produzione del significato delle lingue storico - naturali e sulle modalità con le quali i sistemi simbolici danno conto della differenza tra i sessi. Sono coinvolta nella teoria e nella politica delle donne dai primi anni universitari, ho contribuito alla fondazione di DiNuovo e poi dell'avventura rivoluzionaria di Se non ora quando. Nel 2013 sono stata eletta deputata nelle liste del PD, dove lavoro in Commissione Giustizia.

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