CHE RICOSTRUZIONE

Ma la cura dei figli non è una faccenda ‘privata’

Isabella Ragonese in "Sole. cuore, amore", storia drammatica di una giovane donna, madre di quattro figli.
Isabella Ragonese in "Sole. cuore, amore", storia drammatica di una giovane donna, madre di quattro figli.
Francesca Izzo
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Il confinamento ha fatto esplodere il bubbone che covava sotto la coltre della normalità quotidiana: le donne, il più solido e gratuito ammortizzatore sociale di cui l’Italia gode, sono in subbuglio. Non intendono, infatti, pagare il prezzo elevatissimo che le misure del lockdown e della riapertura scaricano su di loro in termini di carico domestico intollerabile o di rinuncia al lavoro.

Insegnanti alle mamme: la scuola non è un parcheggio

Il guaio è che l’esplosione del disagio ha preso la forma, sui social e non solo, di un presunto conflitto tra scuola e famiglia; tra insegnanti (donne) e genitori (mamme); tra chi difende la funzione formativa, educativa della scuola e chi invece la pensa come un “parcheggio”, un servizio di mega baby-sitting. Insomma, l’uscita dal silenzio riguardo al carico domestico intollerabile rischia di finire in un mortificante accapigliarsi molto, troppo, femminile; rischia di trasformarsi in una cortina fumogena sul cuore del problema.

Ma la cura non è una faccenda privata

Intanto un illustre commentatore, come Galli Della Loggia oggi sul Corriere cerca di fissare i termini in cui la questione dovrebbe essere affrontata e risolta. Lo Stato pensi alla scuola, ai suoi alti compiti educativi, mentre le aziende private si facciano carico di “intrattenere” i figli dei loro dipendenti! Scrive proprio così:

In Paesi più civili del nostro il compito di intrattenere i figli minori dei dipendenti per tutto il tempo di lavoro degli stessi non ricade sulla scuola. Ricade su chi impiega quei lavoratori. È giusto infatti che siano le aziende private che, così come provvedono a istituire una mensa per i propri addetti, allo stesso modo si attrezzino per far fronte a una diversa ma egualmente vitale necessità che riguarda chi in esse presta la propria opera. Dovrebbe essere un fatto ovvio, in una visione non ottocentesca dei rapporti di lavoro, così come dovrebbe essere ovvio un impegno a fondo dei sindacati su questo tema: che invece mi sembra sia mancato. (di E. Dalle della Loggia da il Corriere della Sera del 30 aprile 2020)

A parte la fantastica visione di una società italiana “fordista”, dove non esistono i lavoratori autonomi, le partite Iva, i precari, i lavoratori in nero, ecc., quello che colpisce è l’idea che la cura dei figli sia una faccenda “privata”, che non riguarda la dimensione pubblica. È l’idea di chi non ha compreso e metabolizzato che con la cittadinanza delle donne, ciò che un tempo era privato, a cominciare dalla maternità e dall’allevamento e cura dei bambini, è diventata faccenda pubblica, maledettamente pubblica.

Se non lo si capisce, come appunto accade in Italia, si verificano brutti paradossi: siamo la nazione con uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa e con uno dei più bassi di natalità al mondo. Vogliamo continuare ad alimentare questo paradosso? È una domanda che girerei innanzitutto alle donne che hanno responsabilità di governo.

 

Chi ha scritto questo post

Francesca Izzo

Francesca Izzo

Vivo a Roma ma sono originaria di un piccolo paese del casertano. Sono sposata con un figlio. Ho insegnato fino a qualche anno fa Storia delle dottrine politiche all'università l'Orientale di Napoli. Ho fatto parte dell'associazione di donne DiNuovo, e sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando. Dalla ormai lontana giovinezza partecipo a gruppi, movimenti, coordinamenti di donne e ne scrivo. Penso che la sfida più grande alla cultura e alla politica sia realizzare un mondo a misura delle donne e degli uomini, a misura dei due sessi. Dopo l'intensa esperienza del movimento Se non ora quando? sono persuasa che questo sia il tempo di rendere popolari le idee legate alla libertà femminile e quindi ho deciso con le altre di Libere di dar vita al sito Che Libertà.

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