NO ALL'UTERO IN AFFITTO

L’abolizione universale dell’utero in affitto è questione di civiltà

Francesca Izzo (Se non ora quando - Libere), convegno "Maternità al bivio", Camera dei deputati
Francesca Izzo (Se non ora quando - Libere), convegno "Maternità al bivio", Camera dei deputati
Francesca Izzo
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“L’abolizione universale dell’utero in affitto è questione di civiltà” di Francesca Izzo da HuffingtonPost.it del 17/05/2020:

La vicenda orribile dei neonati a Kiev, parcheggiati in una stanza d’albergo, privati delle cure e dell’amore materni e senza nessuna protezione giuridica, ha sollevato il velo, per la grande opinione pubblica, sulla realtà della pratica dell’utero in affitto. Dinanzi alla crudezza di quelle immagini e di quelle parole pronunziate da impiegate di un’azienda che “produce” bambini non è più possibile imbastire la narrazione che per anni è stata diffusa dalle pagine di giornali, dai talk show televisivi, dalle riviste patinate per collocare la gestazione per altri (così viene chiamata per ripulirla dal marchio della pratica commerciale) sotto i capitoli della generosità e della libertà.

I sostenitori della sua legalizzazione in Italia, dove è vietata, ci hanno raccontato per anni che si tratta di una pratica cosiddetta solidale cioè del dono del proprio ventre che una donna liberamente fa per realizzare il desiderio di altri. Vietarla, opporsi sarebbe il segno di un’intollerabile cultura repressiva delle libertà individuali, chiusa alle conquiste del progresso in campo tecnico-scientifico e dei diritti, insomma come si è espresso Nichi Vendola, indice di una cultura “clericale”. Ma da Kiev ci arriva ora l’immagine vera del business della riproduzione industriale della vita umana ed è difficile fare appello al dono e alla libertà. Piuttosto, con uno spiccato gusto per le acrobazie logiche, si pensa di ridurre l’orrore, che percorrono le coscienze di fronte a quei bambini trattati come pacchi in deposito, proponendo la legalizzazione dell’utero in affitto in Italia con l’idea di ridurne i tratti disumani.

No, è la pratica in sé che è disumana nel senso preciso che distrugge un elemento costitutivo della nostra comune umanità.

Nella pratica della surrogazione, viene spezzata l’unitarietà del processo procreativo umano che è tale (e non riproduttivo o peggio produttivo) per l’assoluta peculiarità che lo distingue nel suo principio e nel suo fine: quella singola donna e quel singolo bambino, assolutamente non replicabili o riproducibili, come invece accade nella riproduzione animale, per non parlare della produzione di beni. Il processo viene segmentato in “pezzi”, comprati e venduti sul mercato (ovociti, utero e neonato) così da ridurlo a un assemblaggio per “fabbricare” bambini, secondo le peggiore regole del mercato. Alla gravidanza si toglie ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica e alla donna che “affitta” il suo ventre è sottratta la personalità così che il processo da procreativo diventa riproduttivo e il bambino è la merce finale. Qui si raggiunge la vetta della svalorizzazione della maternità: ridotta alla sola gravidanza, prende le sembianze di un “lavoro” da far svolgere alle operaie della riproduzione.

Possiamo pensare a tutte le garanzie, tutele, limitazioni che si vuole, ma se si accetta di legalizzare la pratica dell’utero in affitto si colpisce un pilastro della civiltà umana. Proprio perché la questione è questa, non valgono schieramenti ideologici e politici, non servono casacche indossate a destra o a sinistra. La campagna per l’abolizione universale dell’utero in affitto coinvolge donne e uomini di convincimenti religiosi politici, culturali molto diversi tra loro uniti però dalla volontà di salvaguardare un principio fondativo della nostra comune umanità.

Chi ha scritto questo post

Francesca Izzo

Francesca Izzo

Vivo a Roma ma sono originaria di un piccolo paese del casertano. Sono sposata con un figlio. Ho insegnato fino a qualche anno fa Storia delle dottrine politiche all'università l'Orientale di Napoli. Ho fatto parte dell'associazione di donne DiNuovo, e sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando. Dalla ormai lontana giovinezza partecipo a gruppi, movimenti, coordinamenti di donne e ne scrivo. Penso che la sfida più grande alla cultura e alla politica sia realizzare un mondo a misura delle donne e degli uomini, a misura dei due sessi. Dopo l'intensa esperienza del movimento Se non ora quando? sono persuasa che questo sia il tempo di rendere popolari le idee legate alla libertà femminile e quindi ho deciso con le altre di Libere di dar vita al sito Che Libertà.

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