BATTAGLIE

Noi donne siamo il nostro sesso

Roberta Trucco
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È di qualche giorno fa la notizia dell’elezione in Belgio della “prima vice-ministra transgender”. Tutte le testate giornalistiche hanno titolato declinando al femminile la professione di ministro. Come femminista, che da anni si batte per un uso non sessista della lingua avrei dovuto essere contenta. Conosco le resistenze che s’incontrano quando si chiede di declinare al femminile le professioni, in particolare quelle che sono appannaggio maschile. “Ministra no, perché sembra minestra; sindaca suona male; assessora non si è mai sentito; architetta, aiuto, la desinenza finale suscita ilarità e battute volgari; avvocata poi, è vero, si dice nella preghiera Salve Regina da sempre, ma così diventiamo tutte delle madonne.” Queste alcune delle battute che ci vengono rivolte ogni volta che rivendichiamo una definizione che non cancelli il nostro sesso.

Potete dunque immaginare lo stupore quando alla nomina del vice ministro belga, ho constatato che l’esercizio di declinare al femminile la storia della transgender De Sutter – uomo che è diventato donna – è sembrato esemplare e molto facile. Il Post ha titolato la notizia: “In Belgio per la prima volta in Europa una persona transgender è diventata Ministra” e l’articolo è una chicca di consonanza tra sostantivi al femminile e aggettivi che vanno a braccetto. Non possiamo non ricordare titoloni tipo “Il ministro Madia è incinta” –e altre amenità di questo tipo, titoli che non scandalizzavano nessuno, neanche i professori di italiano che avrebbero dovuto inorridire.

Eppure, se ci diciamo offese per il fatto di essere chiamate ministro, sindaco, o vice segretario etc, che è ancora in uso ai giorni nostri, veniamo bollate come delle isteriche femministe aggressive. Sono dunque rimasta di stucco nel vedere filare liscia la scrittura quando si descrive la De Sutter, ginecologa, eurodeputata, ministra, etc. E mi sono chiesta  perché in questo caso sembrasse tutto così naturale. La risposta che mi sono data è che un uomo che transita a donna, o viceversa, non ha altro che l’uso della lingua per vedere riconosciuto il suo stato di transizione. Chiamare dunque il/ la De Sutter ‘ministra’, ‘eurodeputata’, ‘ginecologa’, è venuto del tutto naturale.

Il terribile paradosso nel quale ci troviamo noi donne oggi è quello di vedere che un uomo diventato donna, riesce facilmente e felicemente nell’impresa che da anni era il nostro obiettivo, cancellando però la ragione profonda per la quale questa battaglia era una battaglia egualitaria, infatti “la discriminazione uomo-donna, la violenza sessista e la cittadinanza dimezzata di donne e ragazze, è basata proprio sulla disuguaglianza strutturale basata sul sesso.” (citazione dal testo scritto dalla donne del PSOE) .

Invito a ricordare gli insulti che ha ricevuto la Rowling per avere detto che “se il sesso non è reale, la realtà vissuta delle donne a livello globale viene cancellata” e a domandarvi quanto la discussione sul Ddl Zan, reato contro l’omotransfobia, che a breve riprenderà alla Camera, possa diventare un’arma contro le stesse femministe, se non verranno rivisti alcuni termini e non si accetterà di inserire la dicitura ‘identità transessuale’ al posto di ‘identità di genere’.

Invito anche a guardare la storia politica della De Sutter, autrice di diverse mozioni al Parlamento europeo, a favore della regolamentazione della maternità surrogata, pratica lesiva dei diritti delle donne, che viene propagandata come progresso dei diritti di tutti, ma in realtà non è altro che l’immissione sul mercato dei corpi e dei pezzi di corpo delle donne e della loro capacità riproduttiva.

Noi donne siamo il nostro sesso ed è sul nostro sesso che si è costruita la millenaria discriminazione che ci tiene subordinate al genere maschile. Dunque, ben venga la declinazione al femminile di tutte le professioni, nel modo che la grammatica consente, e ben venga che sia fatto anche per le persone transessuali, ma che questo non si trasformi in una cancellazione sempre più profonda del sesso delle donne.

Chi ha scritto questo post

Roberta Trucco

Roberta Trucco

Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all'ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo sono impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Amo l'arte, il cinema, il teatro e ogni tipo di lettura. Da alcuni anni dipingo con passione, totalmente autodidatta. Intendo contribuire alla svolta epocale che stiamo vivendo con la mia creatività unita a quelle delle altre straordinarie donne incontrate nella splendida piazza del 13 febbraio 2011 di Se non ora quando. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta "che niente succede per caso."

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