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Femminicidio, un’opera rock per rompere il silenzio

Simonetta Robiony
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Non era mai successo fino ad oggi che su un argomento tanto duro e doloroso, perfino stupido, come il femminicidio qualcuno componesse un’opera rock, anzi, come spiega l’autore, di ‘progressive rock’, dello stesso genere di gruppi come Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi. Tanta musica, alcuni recitativi, un clarino per gli assolo. “Mi vedrai volare”, il tema principale cantato anche sul tragico finale, lo intona il maschio senza nome, l’attore Andrea Rampa, interprete di un bravo ragazzo qualunque, senza infamia e senza lode, che arriva ad uccidere la compagna pur volendole bene e in assenza di qualsiasi colpa.

A immaginare quest’opera rock, che potrebbe anche essere definita un melodramma contemporaneo, è un autore improbabile, Fabio Burzagli: un ingegnere spaziale, toscano di nascita e torinese di vita, cinquant’anni o poco più che vive da solo dopo la separazione dalla moglie. “Ho composto musica fin da quando ero ragazzo, mi sono anche iscritto alla Siae, ma poi ho lasciato perdere. Ora, invece, sto mettendo in scena questo lavoro sostenuto da un gruppo di amici toscani con cui passo ogni anno le vacanze”.

La storia è curiosa. Nel 1995, molto tempo fa quindi, colpito da un film neozelandese, “Once we were warriors”, sulle continue violenze perpetrate dal protagonista, un immenso Maori, contro la compagna che finisce per abbandonarlo, chiacchierando d’estate con l’amico Mario Cifelli, che poi ha scritto il testo, gli venne in mente una sorta di monologo sul maschio e sulla follia che lo porta a uccidere la ragazza che dice di amare.

“Del femminicidio allora si parlava poco, era un delitto come un altro, attribuito di solito alla gelosia o all’alcolismo. La vittima era considerata trascurabile, l’attenzione si puntava sull’uomo come se la donna fosse un oggetto in suo possesso di cui si era sbarazzato. Poi, a Torino, ho partecipato a quella lunga marcia lanciata da Se non ora quando? con un filo di lana rosso che scorreva per via Po, via Roma, piazza san Carlo e ho ricominciato a pensare che si doveva fare qualcosa per difendere le donne dalla violenza maschile. E, piano piano, mi è venuto questo progetto”.

Oggi, però, le donne continuano a morire per mano di chi sta loro vicino, il compagno, il marito, a volte un padre un fratello. “Vero. Ma adesso le cose sono cambiate: ci sono le case-rifugio, ci sono le denunce, ci sono le associazioni, ci sono numeri telefonici a cui rivolgersi. Eppure sono ancora tante le donne che non lo fanno. Scrivendo questa opera rock ho pensato a loro, a quella acquiescenza, quella speranza di poter cambiare il loro uomo che tengono nel cuore, al sogno coltivato con ostinazione di avere un domani una vita felice, un sogno cui non sanno rinunciare”.

Nell’opera, se il maschio senza nome è interpretato da Andrea Rampa, uno dei compagni scelti per questo percorso creativo, uno che si vede e non si vede, nascosto da un velatino, ma che canta e, a volte, parla; la donna, la musicista Annalisa Aringhieri, una giovanissima allieva di Santa Cecilia, si esprime solo con il clarino come se la paura, la vergogna, l’amore e la disperazione non potessero trovare mai le parole giuste. La donna, però, un nome ce l’ha: è Magda, perché Magda è la vittima e la vittima è la autentica protagonista di questa vicenda.

Intorno a questa coppia, gli amici del bar che parlano di lui: sì, è un po’ sbandato, è nervoso, non sa come uscire da questa situazione, ma è un bravo ragazzo, si risolverà. I vicini di casa che sentono litigi e grida, ma li considerano soltanto un fastidio cui sono ormai abituati. E l’amica del cuore di lei che l’ha vista in farmacia con la faccia gonfia per un pugno e che è molto preoccupata ma non sa cosa fare.

Il solo personaggio a parlare a lungo è uno psicologo che i servizi sociali hanno inviato per controllare e capire il disagio dell’uomo: in una prima scena lo interroga ma non si rende conto che è grave, mentre nell’ultima scena, pur denunciando un aggravarsi delle violenze, si esibisce in una disamina tecnica che finisce con la dichiarazione:“È peggiorato. Non so come agire. Non sta a me dirlo”. E per questo lungo discorso l’autore ha chiesto aiuto a un esperto della materia perchè voleva evitare errori medici.

La donna verrà uccisa da una coltellata mentre lui, l’uomo, apre la finestra e si getta di sotto. Le ultime parole sono dell’amica del cuore che esprime così il pensiero di Fabio Burzagli. È l’indifferenza, il lasciar correre, il fingere di non vedere la vera malattia. Nessuno fa abbastanza per evitare questi orrori: ci voltiamo tutti da un’altra parte.

La gelosia c’entra? No, per l’autore è una scusa. La follia? Un’altra giustificazione falsa. Il troppo amore? Per carità, l’amore cura non offende, non ferisce, non ammazza. “Credo che alcuni maschi ancora considerino la loro donna come un oggetto di proprietà. Lo avverto perfino chiacchierando con qualche collega. Sono sfumature. Uno non vuole che lei esca con le amiche. Un altro critica le sue gonne troppo corte. Un terzo vorrebbe che non lavorasse come certi americani suprematisti un pò alla Trump, a cui piacerebbe essere gli unici a mantenere la famiglia con moglie a casa e figli in giardino a giocare” .

Come uscire da questa tragedia che colpisce in mezzo mondo ricchi e poveri, acculturati e rozzi, vecchi e giovanissimi? “Con la partecipazione attiva di tutti noi. Se vediamo che in una coppia il rapporto sta disfacendosi dovremmo intervenire, parlare, convincere”.

“Mi vedrai volare”, al momento, è in allestimento in un qualche teatrino della Toscana, ma la pandemia di Covid ha rallentato tutto. Il gruppo aspetta.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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